Sabato 01 Maggio 2010 00:00

Non c'è più sordo di chi non vuol sentire
"A proposito di politica… ci sarebbe qualcosa da mangiare?". Il grande Totò sintetizzava così il problema. Sarebbe come dire: "Ma che hai tempo da perdere?". Come hanno perso tempo quei poveri diavoli quando hanno definito la classe politica una casta, che poi, scorrendo le righe, tutto si è rivelata meno che "casta".
Uno dei principi inviolabili del diritto romano suonava così: "Il bene pubblico sia la suprema legge". Poi, rotolando lungo il torrente della storia, questa pietra angolare dell’umana convivenza si è arrotondata, rimpicciolita, deformata, e che cosa ci ritroviamo tra le mani? Lo dice in modo plastico la sapienza popolare: "Chi ha il mestolo in mano, lo rigira come vuole"; "ognuno tira i carboni sotto la sua focaccia"; "chi maneggia il miele si lecca le dita"; "non c’è più sordo di chi non vuol sentire", e via dicendo.
Due persone di indubbia competenza ci ricordano: "I politici sono uguali dappertutto: promettono di costruire i ponti anche dove non ci sono i fiumi" (Chrušcëv); "In politica bisogna sempre seguire la retta via, perché si è sicuri di non incontrarvi mai nessuno" (Bismarck).
Interessante la distinzione tra l’uomo di stato e il politico: "Un uomo di stato è un politico che mette se stesso a servizio della nazione; un politico è un uomo di stato che mette la nazione a suo servizio" (Pompidou); o, in altre parole: "Un uomo di stato pensa alle prossime generazioni, un politico pensa alle prossime elezioni" (Clarke).
E il popolo? Ci viene in aiuto ancora l’antico adagio: "Vulgus vult decipi, ergo, decipiatur!" (La gente vuol essere imbrogliata, ed allora lo sia!) .
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